Suggestivo film catastrofico del controverso e ambizioso Lars Von Trier.
Lars von Trier passa agilmente dal particolare al generale, e arriva induttivamente ad affermare una perversa legge universale: il lato oscuro delle persone cela un fascino magnetico, il momento della distruzione emana un elisir **poetico. Il danese contemporaneamente ci mostra la sua opinione (sulla società, sul destino, sulla fine, sulla depressione) e ci mette a confronto, nel corso dei due capitoli, due mondi, due morbi, due modi operandi: l’uomo e la natura, una malattia mentale e un morbo spaziale, l’atteggiamento stoico e quello frustrato difronte al disastro assicurato.
La straordinaria e visionaria sequenza iniziale solleva in uno stato di trance temporanea il pubblico: lo slow-motion ipnotizza l’occhio e la mente, la sinfonia wagneriana di Tristano e Isotta risalta la potenza delle immagini, le scenografie kafkiane creano un’atmosfera tetra e affascinante che avvolgerà l’intero film.
La fotografia è estremamente ammaliante, soprattutto nella seconda parte della pellicola o nella scena iniziale e finale: i toni freddi padroneggiano le sequenze e amoreggiano graziosamente mentre il bianco trova il poco e giusto spazio per affinare i vari quadri.
“Io... arranco tra tutti quei... fili... di lana grigi... che mi si attaccano alle gambe. Sono così pesanti... da trascinare.”